Liu Bolin: The Invisible Man
Liu Bolin: The Invisible Man

Liu Bolin: The Invisible Man

Un paio di settimane fa eravamo al MIA Photo Fair e vi abbiamo chiesto nelle storie di Instagram su quale artista di quelli che ci hanno colpito maggiormente vi sarebbe piaciuto un approfondimento nei nostri Trænd. 
Come avrete capito l’artista cinese Liu Bolin ha avuto la meglio e quindi eccoci qui ad esaudire i vostri desideri.

Riuscite a vedere dov’è l’artista in questa foto? Noi ci abbiamo effettivamente messo qualche istante. 

Nato a Shandong (Cina) nel 1973, Liu Bolin si è diplomato a Pechino presso il dipartimento di Scultura dell’Accademia Centrale d’Arte Applicata, sotto l’influenza dell’artista Sui Jianguo, suo insegnante e mentore.
Ha cavalcato l’onda della Rivoluzione Culturale cinese degli anni ’90, che gli ha permesso di affermarsi come artista performativo e fotografo a livello internazionale. 

La sua fama e carriera è arrivata a tal punto da esporre mostre personali in tutto il mondo, tra le quali anche alla Galerie Paris-Bejing di Parigi, alla Klein Sun Gallery di New York e alla galleria Boxart di Verona. Lui però non si è mai spostato dalla Cina, e attualmente vive e lavora a Beijing. 

Di fatto questi scatti sono frutto di un’accurato lavoro di performance, durante la quale l’artista, tramite un’attenta  tecnica di body-painting, si mimetizza nell’ambiente urbano circostante e si fotografa poi completamente immerso all’interno dello spazio, proprio come un camaleonte.


Ma non è tutto, l’opera di Liu Bolin è un gesto di denuncia della condizione dell’uomo contemporaneo, per cui l’artista prova un profondo senso di preoccupazione: la società sta conseguendo livelli estremi di materialismo e tecnologia che non accennano per alcun motivo a placarsi, di questo passo l’essere umano verrà sempre più inghiottito dall’ambiente e dal mondo che si è costruito con le sue stesse mani, annullandosi e diventando parte integrante di un sistema più ampio e sempre più fuori controllo. Annullandosi, l’artista celebra il suo individualismo e la sua originalità, e costruendo scenari dove l’uomo diventa completamente trasparente nei confronti di ciò che ha creato, cerca di spingere lo spettatore ad una più alta consapevolezza del proprio io. 

“Sparire non è lo snodo centrale del mio lavoro, è un metodo che utilizzo per diffondere un messaggio. È un modo per metabolizzare l’ansia che sento per la razza umana. Cos’è oggi lo sviluppo dell’essere umano, e dove porta? L’uomo sta scomparendo nel suo ambiente. La tecnologia ha portato molto sviluppo materiale, ma per restare umani cosa si deve fare? Io non voglio perdermi in questo labirinto, perciò scelgo questa forma di difesa. Io sono per un’arte di impegno civile.”


Nel 2015 Liu Bolin è stato addirittura selezionato per produrre un’immagine che corrispondesse alla Global Goals Campaign, il trattato stipulato dai leader mondiali per il conseguimento di 17 obiettivi a beneficio planetario, tra cui quelli di eliminare la povertà e la fame nel mondo e raggiungere l’uguaglianza di genere. L’artista ha scelto di mantenere il suo inequivocabile e unico tratto distintivo, ritraendosi assieme a 193 bandiere.

Se invece che placare la vostra curiosità vi abbiamo riempiti di dubbi e domande, vi consigliamo di fare un giro sul sito della Galleria Gaburro, dove potete trovare degli audio con alcune curiosità dietro agli scatti di Liu Bolin e molte riprese video della realizzazione delle sue performance dall’inizio alla fine, che riescono a spiegare molto bene tutte la fasi e il lavoro che si celano dietro ad un unico scatto.